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Il presidente Marco Capitanio: «Le Pmi affrontino la crisi insieme alle grandi imprese»

Partendo dall’indagine effettuata insieme all’Università di Brescia sulle «Piccole che hanno fatto grande Brescia», abbiamo posto qualche domanda a Marco Capitanio, presidente uscente della Piccola di Confindustria Brescia, proprio sulle caratteristiche che rendono le nostre Pmi così «speciali».

Presidente, sappiamo bene che nei momenti di difficoltà e incertezza dei mercati, le Pmi si sono sempre distinte per la loro flessibilità, raccogliendo non di rado risultati straordinari. Ritiene che sia un paradigma valido anche oggi e, non meno importante, quali ritiene che siano le difficoltà maggiori che proprio le Pmi si trovano ad affrontare in questo momento storico?

Marco Capitanio è il presidente della Piccola Industria

«Diciamo subito che i temi della "crisi" che attanaglia il mondo in questo momento sono gli stessi della grande industria, e che proprio per questo è necessario affrontarli insieme. Dalla riduzione dell’export alle incertezze geopolitiche e dei mercati internazionali sino alla crisi tedesca ed alle sue ripercussioni sul nostro territorio, l’unica cosa sicura è che oggi più che mai gli investimenti sono fermi e che tanto la grande quanto la piccola impresa ne subiscono le conseguenze. Il medesimo discorso vale anche per il tema caldo del costo delle materie prime, quelle energetiche in primis perché, se è vero che per le Pmi l’effetto del caro bollette è meno aggressivo, lo è altrettanto che le imprese di dimensione piccola o media hanno meno strumenti economici per affrontare i rincari. Ecco perché ritengo sia opportuno ragionare in termini unitari, in tal senso. Ossia, credo che oggi più che mai sia indispensabile supportare i territori con azioni di sistema, sotto il profilo economico ma anche sociale. Insomma, se sino ad alcuni anni fa lo slogan "Piccolo è bello" aveva un senso, ora lo ha meno. Poi, sicuramente, la grande capacità di reazione delle Pmi è un elemento strategico, e in questo la nostra provincia è leader quasi assoluto. Basti guardare quello che sta accadendo con la Germania, tradizionalmente nostro mercato di sbocco privilegiato. Per ovviare al suo rallentamento, le Pmi bresciane si stanno infatti rivolgendo a nuovi mercati, cosa non scontata, e stanno addirittura ragionando su un cambiamento che oltre che di destinazione sia di prodotto, come le realtà che pensano ad una riconversione dall’automotive, ad esempio, all’aerospace».

E lei, che guida proprio una Pmi, è preoccupato?

«La capacità di reazione delle "piccole" è un elemento strategico e Brescia è leader assoluta»

«Lo sono certamente, perché non si può affrontare una situazione del genere a cuor leggero, ma al tempo stesso tendo ad essere ottimista, perché non potrei fare questo lavoro se non lo fossi».

Pensando a temi come la sostenibilità e la digitalizzazione, ritiene che si tratti di sfide irrinunciabili anche per le Pmi o piuttosto le ritiene troppo onerose per essere sostenute nel lungo periodo?

«Ritengo che siano entrambi fattori imprescindibili, anche per i più piccoli, perché altrimenti oggi il rischio è quello di uscire dal mercato. Certo in questa logica l’idea del fare sistema è ancora più importante, perché di fatto le Pmi difficilmente possono affrontare da sole queste sfide: c’è bisogno del supporto del capo filiera e anche di opportuni percorsi formativi, ma in primis c’è bisogno di investimenti che vadano tutti nella medesima direzione. Per quanto attiene poi la questione della sostenibilità, oggi è il mercato stesso a richiederla, ragion per cui anche in un’azienda di medie o piccole dimensioni ci si sta confrontando già da tempo. Un’altra questione è invece quella della burocrazia legata alla sostenibilità, che per le Pmi rischia di diventare un aggravio di costi insostenibile: su questo fronte, dobbiamo far sentire la nostra voce sui tavoli nazionali ed europei affinché la politica se ne occupi. Il rischio è che altrimenti la sostenibilità diventi un fattore ostile, soprattutto per le realtà più piccole».

Oltre alla flessibilità, le Pmi bresciane vantano un prezioso know how e una sensibilità per il capitale umano che fa la differenza: quanto sono determinanti queste due caratteristiche per il futuro del nostro manifatturiero?

«Personalmente penso che il know how alla fin fine altro non sia che il capitale umano: sono le persone che fanno la differenza, e sono l’unico asset su cui si può davvero lavorare. È evidente che, se come Paese siamo svantaggiati per molti aspetti rispetto ad altri, dalle materie prime ai costi energetici, lo è altrettanto che la vera forza che abbiamo sono proprio le persone ed è su questo elemento che dobbiamo puntare anche in futuro. Certo anche qui ci sono elementi importanti con cui fare i conti. Oltre all’inverno demografico, tema principe di questi anni e ancora più drammatico nelle zone periferiche, al quale si può pensare di rispondere in parte con una immigrazione controllata, c’è quello di un cambio di paradigma, perché certi schemi solo fino a qualche tempo fa calzanti ora non funzionano più, ed il cambiamento è sempre più veloce. Ad esempio, non possiamo permetterci di avere un tasso di occupazione femminile così basso, ma per innalzarlo serve investire sui servizi. Del resto, la questione del mismatch oggi è davvero centrale, e se lo è per le grandi imprese, figuriamoci per le Pmi».

Lei sta per chiudere il suo mandato alla guida della Piccola di Confindustria Brescia, dal 2021 a oggi è passato dall’industria 4.0 a quella 5.0, dalla resilienza al Covid, dalla ripresa post pandemia alle guerre in Ucraina e Medioriente: cosa vede all’orizzonte?

«Come ho già detto, il cambiamento è ormai molto veloce e credo continuerà ad esserlo, forse sempre di più, e se le Pmi hanno dalla loro parte la flessibilità, come limite hanno la dimensione, che le costringerà sempre di più a ragionare in un’ottica collettiva, come azienda ma anche di rete con la società, le associazioni di categoria e le istituzioni. Credo che la priorità per il futuro sarà proprio imparare a muoversi in questa logica. Per quanto attiene me, sono stati 4 anni intensi, ed un’esperienza che considero irripetibile. Mi auguro di aver portato valore ai nostri associati, e di aver dato il mio contributo ad una causa in cui credo molto».

A cura di Numerica

Editoriale Bresciana

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