Editoriale

Abbiamo belle aziende che reclamano competenza e concretezza

di Erminio Bissolotti

Le nostre imprese sono solide e mantengono una buona capacità di produrre ricchezza. I bilanci dell’ultimo triennio lo ribadiscono. Il nostro sistema produttivo ha trovato nell’export un potente motore di sviluppo e nel panorama internazionale le aziende bresciane godono ormai di un’ottima considerazione. In provincia abbiamo belle fabbriche guidate da imprenditori che sanno competere nel mercato globale. Malgrado ciò, dalla seconda metà del 2018, la loro attività quotidiana è sempre più condizionata da pesanti incertezze, generate anche da scelte di natura politica. A partire dalla guerra dei dazi fra Usa e Cina, fino ad arrivare ad alcuni interventi (discutibili) delle diverse forze che si sono succedute al Governo a discapito dell’industria e, in generale, di tutto il tessuto economico del Belpaese. Lo stop al risanamento dell’Ilva e il ritardato rilancio di Alitalia sono casi emblematici in tal senso.

Per la prima volta dal 2013 la locomotiva bresciana ha subito una variazione negativa

Pure in quest’ultima edizione dell’Inserto Bilanci (ora disponibile anche in digitale) emerge che, a fronte di un sostanziale consolidamento dei fatturati, nei conti delle maggiori aziende bresciane non si registra né un miglioramento del valore aggiunto né della marginalità. Pochi giorni fa, peraltro, l’Istat ha certificato che per la prima volta dal 2013 la produzione manifatturiera della nostra provincia ha riportato una variazione negativa. Insomma, il vento è cambiato. E l’ultimo rapporto Istat ha dato alle imprese un ulteriore motivo per reclamare alla politica maggiori competenza e concretezza, oltre a un po’ di coraggio in più nel guardare senza illusioni al futuro del Paese.

Dopotutto, da inizio secolo l’Italia veste la maglia nera tra i Paesi industrializzati per i livelli di produttività. Tra il 1995 e il 2017 l’aumento della produttività del lavoro (pil per ora lavorata) in Italia è stato dello 0,30%, il più basso tra le 40 economie prese in considerazione dall’Ocse, a fronte di un aumento medio dell’1,47%. Più nel dettaglio, l’Italia è passata dal +1% di produttività del 1995-2000 al +0,1% del quinquennio successivo, per accusare poi una flessione dello 0,2% nel 2005-2010, seguita da +0,3% nei 5 anni successivi e da un andamento piatto nel 2014-18. Per il 2018 l’Ocse registra un calo annuale dello 0,20%. Anche considerando il pil per persona occupata, il Belpaese è in fondo alla classifica, con -0,36% tra il 2001 e il 2017. Non è andata meglio nella produttività multifattoriale, che prende in considerazione l’efficienza complessiva con cui lavoro e capitale sono utilizzati assieme nel processo produttivo: l’Italia resta ultima con una flessione dello 0,18% tra il 1995 e il 2017, anche se dal calo dello 0,5% nel 2001-2007 è passata al +0,08% nel post-crisi.

Brescia vanta aziende-gioiello in diversi settori d’attività: dalla siderurgia alla metallurgia, dall’automotive alle macchine utensili, dall’armiero ai rubinetti, dall’Ict all’agroalimentare. L’analisi di questi comparti, che troverete nelle pagine a seguire, non dà adito a fraintendimenti. Ebbene, tutte queste realtà che lavorano nella robotica o nella manifattura ad alta precisione, hanno fame di tecnici ed esperti ma l’Italia è diventata sempre meno attrattiva e migliaia di lavoratori qualificati nati nel nostro Paese si trasferiscono all’estero. Se le aziende bresciane vogliono rimanere in testa alle classifiche devono fare uno sforzo investendo sull’istruzione oppure devono lavorare tra di loro per creare dei centri di ricerca capaci di analizzare gli aspetti più avanzati dell’intelligenza artificiale e, allo stesso tempo, formare dei tecnici che possano applicare in forma pratica queste tecnologie. Solo così il made in Brescia continuerà a splendere.

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